Porta Nada

Sono sei anni che cerco Nada.
Quando mia nonna è morta, mi sono data il permesso di provare a trovarla. Volevo bene a mia nonna, e non volevo deluderla.
“Non aprire questa porta,” aveva detto. “Non se ne parla.” Di queste cose non parliamo.
Sospettavo che Nada fosse dall’altra parte.
Quando mia nonna è morta, mi sono data il permesso di parlarne. Ma con mia nonna ormai andata, quella porta non si apriva più. Guardando attraverso il buco della serratura, riuscivo a malapena a vederle entrambe, ma senza riuscire a distinguere chiaramente né l'una né l'altra.
Dovevo, per forza, arrivare dall’altra parte.
Nada era la zia di mia nonna. La zia di cui nessuno voleva parlare. Lesbica, dicevano. Con la L maiuscola. Atea. Giornalista. Scrittrice di parole proibite.
Attraverso lo spiraglio della porta potevo vedere bruciare i suoi libri. Il colpevole è stato il fratello. Il mio bisnonno. Mia nonna era la cocca di papà.
È difficile non pensare alla porta quando qualcuno ti proibisce di aprirla. Attraverso la serratura mi sono fatta un'idea.
All’inizio ho cercato online. Libri e giornali hanno rivelato di più su ciò che si celava dietro la porta. “Non solo una scrittrice di parole proibite,” mi dicevano. “Una donna, che assisteva i feriti. Un’infermiera, per tre anni, nella guerra più sanguinosa…”
Ma anche una vittima, la sua intimità sfruttata. Da un uomo che ha fatto milioni con la sua storia.
“C’era da aspettarselo,” ho pensato.
E poi mi ha sorpresa. Il tradimento l’ha resa più forte.
Ha fondato una rivista. Uomini potenti, tutti scrivevano per lei, il suo nome sopra. Gli uomini sotto. Marciavano al suo ritmo. Scrivevano a comando, e mentivano a comando. E lei teneva in ostaggio il loro lavoro quando non lo facevano.
Mi ossessionava. Questa donna che non conoscevo.
Ho lasciato il mio lavoro. Sono salita su un aereo.
Ridicolo. Chi stavo veramente cercando?
Un istinto senza nome mi ha presa per mano.
“Nonna?” ho chiesto.
Ma non ha risposto. Non credo ai fantasmi.
Eppure, sono andata dove puntava, e lì dove puntava, con spaventosa precisione, ho trovato dei frammenti. Nella sua vecchia casa ho trovato una sua foto, nascosta in un cassetto, in attesa del mio arrivo.
“Ha una faccia!” ho urlato. Non mi somigliava per niente, ma sentivo comunque di conoscerla.
A Milano ho trovato il suo predatore, nascosto in bella vista. In una lettera.
“Mostrami il tuo corpo,” le scrisse. “Dimmi dove sono state le tue mani. Dimmi dove sono state le tue labbra,” le disse. “E ti aiuterò a fare un libro.”
Era rimasta in un archivio per oltre cent'anni, nel corsivo più perfetto e sinuoso. Era come se conoscesse le parole a memoria, quell'uomo . Come mai nessun altro se n'era mai accorto?
A Napoli ho trovato la sua amante, dove meno me l'aspettavo. Non in una redazione o in un bordello, ma in un castello, dimenticato da tempo, su una magnifica collina. La sua amante era discreta, ma i libri audaci sul suo scaffale mettevano in chiaro le sue intenzioni.
Veniva dipinta come casta, pura e perfetta, nonostante tutte le prove del contrario.
“Rendetela umana!” ho implorato, prima di lasciare quel posto.
E a Roma… a Roma ho trovato Nada, nel suo fascicolo. La polizia la sorvegliava.
“Non è pericolosa,” dicevano. “Ma dovremmo seguirla comunque. È troppo intelligente, troppo eloquente, troppo ambiziosa.”
E così fecero. Per trent'anni.
Nada è morta nel 1927. Ben cinquant'anni prima che io nascessi. Cosa mi faceva pensare di poterla salvare?
A volte piango per lei, ancora intrappolata dietro quella porta. Ma ho visto abbastanza da riuscire a scorgere il suo profilo.
“Posso salvarla dall'oblio,” dico a me stessa, mentre l'istinto mi tira ancora. Posso riempire il suo volto con gli aggettivi che la riportano in vita.
Ostinata. Meschina. Brillante. Spietata. Leale. Tagliente. Machiavellica. In tutta la sua gloria. Né una martire, né una santa. Era solo una donna.
Una donna come me.